Se qualcuno, in buona fede, crede ancora che il rapporto con le istituzioni, in crisi di legittimità, potenzialità e credibilità, debba necessariamente passare attraverso conflitti – civili, per carità – tra i cittadini e i loro rappresentanti, è bene che faccia un ripensamento. Lo testimoniano decine di vicende, nazionali e non, in cui lo scontro tra il potere costituito legittimamente e i cittadini indispettiti o persino esasperati da corruzione e mala gestione, non solo spesso non produce i risultati attesi, ma a volte aggrava le condizioni di partenza, impedendo la ricerca di soluzioni idonee a beneficio di tutti. Intendiamoci: il conflitto, la divergenza aspra, la contrapposizione dura, in democrazia, quando sono praticate con gli strumenti giusti e le regole stabilite, sono il sale dei processi democratici.
Ma nessuna pietanza può essere caricata di sale senza diventare immangiabile. E, fuor di metafora, non si può esaltare, come si faceva un tempo, il conflitto in sé, senza rischiare di ammalare la democrazia e renderla, di fatto, un terreno impraticabile, fino al limite del rischio della cancellazione quando la soglia di sopportabilità sociale dei conflitti viene superata.


